S accabadora ( seconda parte )

 

accabadoraFinalmente kalaris va in vacanza. Qualche giorno al mare di Castiadas. Ai miei lettori, che in questi ultimi mesi si stanno rivelando numerosi un saluto e la seconda parte dell’articolo sull’Accabadora.

 

.. Calvisi aveva avuto modo nel 1906, in Bitti, di assistere alla conversazione intervenuta fra la madre di un bimbo morente, e una donna anziana. Gli parve chiaro che la vecchia fosse un’accabadora, dato che la madre rifiutando il suo aiuto, le disse che il figlio il paradiso se lo sarebbe guadagnato da solo.[adsenseyu1]

Da questo momento le attestazioni della presenza reale de s’accabadora aumentano notevolmente. Padre Vassallo e il gesuita Licheri, non solamente crederanno nell’esistenza di questa enigmatica figura, ma se ne faranno accaniti oppositori, definendo la morte aiutata dalla mano de s’accabadora, niente po po di meno che peccato mortale. Oggi le attestazioni in merito alla figura abbondano. “Eutanasia ante litteram in Sardegna” – Sa femmina accabadora, di Alessandro Bucarelli, medico legale all’Università  di Sassari e Carlo Lubrano, medico anch’esso, o il più noto “Ho visto agire s’accabadora” di Dolores Turchi, non lasciano più adito a dubbi.

 

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E che questa abbia fatto parte della storia sarda, non è cosa che debba infondo sorprendere più di tanto. Non solo una figura simile è stata condivisa da quasi tutte le realtà  agro pastorali tradizionali, ma soprattutto il suo scopo sociale doveva essere sentito importante. Diversamente ‘inquisizione l’avrebbe scovata, e bruciata al rogo, imputandole certo qualche vizioso legame con su tentadori.

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La tradizione vuole che la donna agisse solo in casi del tutto eccezionali. Soprattutto quando il moribondo, sofferente e stremato comunque non riuscisse ad abbandonare la vita. I motivi potevano essere differenti. Si poteva immaginare che l’anima non abbandonasse il corpo perché ostinatamente protetta dagli amuleti che ogni sardo che si rispettasse, indossava. Questo era infondo lo scopo delle pungas, quello di impedire alla morte d’accostarsi. Nel caso peggiore si poteva pensare che in gioventù chi stentava ora a morire, avesse commesso uno di quei crimini che non conoscono perdono, e che si sapeva, avrebbero alla fine causato una grossa agonia.

Poteva aver spostato una pietra di confine, o peggio ancora bruciato un giogo. Si trattava di elementi sacri, l’uno connesso alla intoccabile proprietà  privata, l’altro al mito del quale si perse significato ma non ricordo.

 

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Per i più curiosi diremo come si racconta agisse s’accabadora.

Se ricevuta l’estrema unzione il moribondo non moriva, si dice che una “donna esperta” venisse mandata a chiamare. Con estrema probabilità  proveniva da un altro paese, non troppo distante da quello del nostro sfortunato agonizzante. E’ probabile che i tentativi di accompagnarlo nell’ultimo viaggio, inizialmente fossero del tutto rituali.

L’accabadora l’avrebbe privato degli amuleti, avrebbe tolto dalla stanza tutte le icone sacre, (intesi come amuleti anch’essi), avrebbe posto accanto al capezzale un giogo, o magari un pettine. Gli oggetti potevano essere vari. Se tutte queste attenzioni non avevano successo, le si richiedeva l’uso di maniere un poco più fisiche, l’uso de sa mazzucca.

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Vittorio Angius ci racconta si trattasse di un corto mazzero che veniva battuto o contro il petto o contro il capo. Poco davvero si sa della pratica, dato che la donna veniva lasciata sola con il moribondo.

Questa non risulta domandasse in cambio alcun compenso, e sembra più probabile svolgesse la sua funzione sociale.

La vita era infondo intesa in maniera più concreta. Era fatta di nascita, di crescita e di morte. E di quest’ultima si parlava, si sapeva che sarebbe venuta. Per affrontarla baldamente la realtà  sarda la ritualizzò istituzionalizzandola, tanto che si arrivò a poterla prevedere, affrontare, e superare. La famiglia che ne veniva colpita per un determinato periodo di tempo si allontanava dalla società , ma da questa veniva aiutata, attraverso quegli strumenti di mutuo soccorso che oggi sono stati completamente dimenticati.

Della morte oggi non si parla, sembra quasi faccia un po’ più paura che ieri, e la nostra società ha elaborato un nuovo modo per istituzionalizzarla. La ignora. Sempre che, è chiaro, non si trasformi in business politico. La parte conclusiva della vita di ciascuno è divenuta un tabù, e quando sopraggiunge sorprende e spaventa. Tanto più che non esistono ormai quei circuiti sociali di sostegno, che decenni addietro aiutavano la famiglia dell’individuo che veniva a mancare.

Ossessione silenziosa per la morte che spaventa che va a braccetto con la nuova ossessiva curiosità  che circonda la figura de s’accabadora. E per ironia della sorte, quella figura che amava passare inosservata è oggi protagonista di un’accesa polemica, che infondo non è dissimile dalle precedenti. I protagonisti pure sono gli stessi, solo il cambiato nome, ma chi la storia la conosce, non si fa ingannare. Gli ecclesiastici di allora sono i politici di oggi, ma il ritornello non è cambiato: morire per mano de s’accabadora è un peccato mortale. E chi si dovrebbe far portavoce del principio democratico, s’insinua come serpe nella sfera d’azione privata, cancellando il diritto fondamentale: quello di scelta. Quello che la tradizione, mossa dal buon senso concedeva senza dubbio alcuno. Quello che nel 1906 faceva dire ad una madre che il figlio il paradiso se lo sarebbe guadagnato da se, o con l’aiuto de s’accabadora. Il diritto naturale alla libertà  di scelta.

Scritto e pubblicato da La Testata

Per leggere la prima parte dell’articolo clicca qui.

12 Comments
  • Alfa
    agosto 6, 2009

    Molto interessante, questa storia. Ne avevo letto in un fumetto, Damphir, se ricordo bene.
    La tua terra è piena di storie e riti straordinari.

  • Kalaris
    agosto 8, 2009

    Grazie Alfa! Si potrebbe darsi, è un periodo d’oro per s’accabadora. Spaventa particolarmente, ma ancora di più affascina.
    La Sardegna è un pozzo infinito di tradizioni e segreti. Basta scavare. ^^

    Claudia

  • Mumucciu
    settembre 6, 2010

    Mio Padre raccontava, in modo non molto chiaro e un po fumoso, di un fatto avvenuto ai primi del novecento quando lui era bambino (Io sono sardo). In una famiglia era nato un bambino deforme, il padre d’accordo con la suocera e con la levatrice , che allora non era una ostetrica, decide di porre fine alla vita del neonato, ma non ho mai capito bene se fosse la stessa levatrice o qualche altra donna la dispensatrice di morte, e questo a detta di mio padre pare fosse una prassi normale.

  • Angelino Tedde
    settembre 15, 2010

    L’esposizione è chiara e convincente e le fonti sembrano buone anche se Calvisi poteva essere
    più chiaro. Certo occorrerebbe trovare altri riscontri sulle relationes ad limina dei vescovi sardi.
    Interessante sarebbe anche un’eventuale testimonianza documentale del Vassallo.
    Insomma, gentile Kalaris, allo stato degli studi per ora va bene. Ho chiesta per accademia sarda qualcosa da Massimo Pittau e della bibliografia da un etnologa. M’interessa andare al nocciolo del problema visto che investe il problema dell’eutanasia. Del resto anche i buchi in testa degli antichi sardi. Solo operazioni chirurgiche? Boh! Rimasugli pagani? Insomma la Murgia ha avuto modo di divertirsi. Ciao

  • Kalaris
    settembre 17, 2010

    Grazie mille Angelino per essere passato di qui e per aver letto con attenzione l’articolo. L’argomento chiaramente va approfondito, e servirebbe certamente del tempo per andar a spulciare fra i documenti ben conservati negli archivi comunali sardi. Un giorno forse riuscirò nell’impresa. Resto in attesa del contributo di Massimo Pittau, di cui per altro sto leggendo ora l’interessante “Sardegna Nuragica”.
    Complimenti per il tuo curato spazio web.
    A presto risentirci.

    Claudia

  • Kalaris
    settembre 17, 2010

    Ciao Mamucciu,
    i ricordi confusi dei nostri genitori e nonni contribuiscono a ricreare intorno a questa figura un alone di atavico mistero, che la rende inevitabilmente più suggestiva.
    Delle volte vorrei che il mistero sul suo conto non fosse svelato, sarebbe come spogliarla dei suoi segreti.. poi però la curiosità ha la meglio..
    Grazie per essere passato di qui.
    A presto

    Claudia

  • Deddu
    ottobre 1, 2011

    Accabedda cun saccabadora… la ca sa cabbada cussa.

  • Kalaris
    ottobre 2, 2011

    Deusu Accabbara.

  • mariu
    marzo 4, 2012

    no iadessi ua idea maba da du fai oi’ndi puru.certa genti si du meritada

  • Jennifer Avventura
    maggio 18, 2012

    Salve.

    Sto scrivendo un blog post sulla Accabadora, ma e in englese. Vorrei usare il secondo immaigine che ha della Accabadora. Potrei? Metto un link sulla immagine. Per favore, fammi sapere. Grazie.
    Jennifer

  • Kalaris
    maggio 18, 2012

    Naturalmente!

  • dania
    giugno 9, 2014

    Salve, sto leggendo con molto piacere il tuo sito.COMPLIMENTONI! Vorrei chiederti informazioni sui disegni postati nell articolo su S’accabadora, è possibile usarne uno per un articolo con nel mio corso di spagnolo stiamo facendo x far conoscere la Sardegna,in lingua spagnola?? Oppure è protetto da copyright?? attendo risposta
    graziee

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