Oschiri e Ozieri: altari sacri, chiese campestri e grotte magiche

Da Bono, per raggiungere Oschiri c’è voluta quasi un ora e mezza. La strada è tutta buona, diritta come un righello e proprio per questo rischi di perdere l’attenzione. Peccato perché i più attenti hanno la possibilità di lasciarsi suggestionare dal cambiamento dei paesaggi: in Sardegna non sono mai repentini, i cambiamenti di paesaggio intendo, piuttosto direi che avvengono morbidamente quasi che nessuno se ne debba accorgere. Beh, io me ne sono accorta.

Quindi del paesaggio che cambia dicevamo: Bono è verde e boscosa, ricca di una macchia bassa e grassa, profumata di sugherete e roverelle.  Chilometro dopo chilometro, prima una sughereta poi una roverella lasciano posto alla bassa vegetazione mediterranea. All’altezza di Mores anche la macchia mediterranea da forfait e il paesaggio si fa d’un giallo paglierino, tutto campi di grano falciati, arsura bionda e pianure che sembrano d’oro: fantastic.

Ho parlato di Mores perché è quella la strada per la quale abbiamo optato: sarebbe stato decisamente più rapido tirare da Bono fin su ad Ozieri ma c’è chi ce lo ha sconsigliato caldamente. La strada pare essere l’anticamera per l’inferno: io mi sono fidata delle voci.

Imboccata la SS 63 si incontra Chilivani con il suo ippodromo e si tira ancora diritti per qualche decina di chilometri fino ad Oschiri famosa non solo per le sue panadas, ma anche per il suo misterioso Altare di Santo Stefano, motivo che mi ha spinto a trascinarmi tanto lontano da casa.

Solo un appunto: le indicazioni ci sono, ma ad un certo punto si esauriscono e tu inizi a domandarti se per caso non te le sia sognate. Puoi chiedere alle signore del posto che con me sono state parecchio cortesi, per quanto diciamocelo, l’Altare l’abbiamo trovato per una insospettabile botta di culo (e con un poco di esperienza sui siti archeologici sardi tutti da scovare). Raggiunto via Monte Acuto si prosegue per una stradina bianca, fine e polverosa bazzicata da trattori e insetti. La prima volta abbiamo percorso quasi 2 chilometri e non trovando uno straccio di indicazione siamo tornati indietro per prendere un’altra strada che pure non ha portato a niente.

Quando non trovo le cose che cerco, mi prende un certo nervosismo. Riprendiamo la prima strada bianca e confrontando le foto che avevo scaricato dal web e la realtà mi decido per accostare in prossimità di un cancello. Faccio un check dell’ambiente e noto un muretto a secco mezzo crollato per via dei furtivi visitatori che hanno scavalcato prima di me e delle piantane che un tempo, è probabile, reggessero delle indicazioni.

Lo facciamo, non lo facciamo, lo facciamo: scavalchiamo e in compagnia di due donne avventura francesi seguiamo un sentierino largo e tutto in lieve discesa. Ho sempre paura di fare qualche incontro indesiderato durante queste mie escursioni nel nulla, ma a Oschiri ha prevalso la voglia di trovare il misterioso altare e dopo pochi passi eccole lì le indicazioni, eccola lì la chiesetta, eccolo lì l’altare.

Quasi mi viene da piangere, perlustro la zona, accarezzo le pietre, mi cibo del luogo e leggo le poche notizie che ho trovato online: “La zona è stata frequentata fin da epoche antichissime. Ci sono tracce di frequentazioni in epoca preistorica e fenicio punica. La testa femminile inserita nella facciata probabilmente risale a quel periodo e probabilmente rappresenta la Dea Astarte. La chiesa datata XVI secolo sorge su una costruzione bizantina epoca durante la quale è stato probabilmente costruito anche l’altare rupestre, monumento misterioso perché unico nel suo genere. Usato in epoca paleocristiana e riadattato durante il periodo cristiano per le nuove esigenze dei fedeli. Bla bla bla.”

Tutto molto, molto, molto interessante. Peccato che lì non ci fosse nessuno a spiegare il significato “supposto” dell’altare, peccato che nessuno abbia raccontato la storia di quelle nicchiette poco profonde che ne circondano una più grande, peccato che nessuno mi abbia chiarito quale sia la lingua delle incisioni che si trovano sull’architrave della porta laterale: l’ho osservata a lungo, ma quel faccione e quelle scritte sono criptiche.

Più tardi ho scoperto che c’è chi organizza visite guidate: bello dico io, ma mettere un cartello o un’informazione ben indicizzata online costava troppo?

 

Saluto la deliziosa Oschiri, le sue panatine e il suo misterioso altare insieme con le francesi e tiriamo alla volta di Ozieri, meravigliosa Ozieri. E’ tutta una curva, signorile ma non troppo, con una sfilza di cose da visitare che non farci ritorno sarebbe un delitto.

Io ero lì per visitare la Grotta di San Michele, la Fontana Grixoni e il centro storico, ma non mi sarebbe dispiaciuto curiosare all’interno del museo – pasticceria artigianale che produce fra le altre cose deliziose copulettas e sospiri.

Appena messo piede in città abbiamo trovato un piccolo centro informazioni: la ragazza mi ha accolta con brochure, informazioni e mappe e io adoro le brochure, le informazioni e le mappe. Non ci siamo potute certo perdere in chiacchiere perché la Grotta di San Michele stava per chiudere e io dovevo vederla a tutti i costi. Una faticaccia arrivarci: abbiamo chiaramente sbagliato strada. Per chi la strada la conosce invece arrivarci è semplicissimo: raggiungi l’ospedale, ti infili nei parcheggi, abbandona la macchina e la Grotta ti si para davanti maestosa e fresca: insomma un miraggio dell’una del pomeriggio.

Ci precipitiamo in biglietteria ma la Grotta stava per chiudere e la guida per andare a pranzo. “Nooo” penso io, ma… c’è un ma: sarebbe tornata per le due.

Non sono un’amante delle grotte: mi mettono disagio e diciamocela tutta mi mettono paura perché si entra senza chiedere permesso nel grembo della Madre, perché si entra sempre in gruppi troppo numerosi e senza alcun rispetto. Ma la Grotta di Ozieri la dovevo visitare a tutti i costi! A questo punto è arrivato il momento dell’angolino della leggenda: si racconta che proprio all’interno della Grotta di Ozieri vivesse la Sabia Sibilla (la saggia sibilla) una sibilla appunto, capace se interrogata di raccontare i fatti del futuro. Questa sibilla però non era proprio una vera Sibilla, ma una Jana (non che ci siano grosse differenze) e pare che fosse localmente conosciuta come Sa Jana Maista, l’unica fra le sue sorelle a conoscere il segreto della lievitazione che le fu rubato sembra dalla Madonna in carne ed ossa, che ne fece dono a tutte le donne per accaparrarsene, penso io, le simpatie. Una reginetta della classe della tradizione.

Se poi conti che le Sibille vaticinavano a contatto con l’acqua e la Grotta di Ozieri era attraversata dalle acque, e che al suo interno è stato trovare materiale archeologico tanto prezioso da aver dato il nome alla molto più che famosa “Cultura di Ozieri”, capisci bene la mia necessità di visitare il luogo.

La guida, preparata e gentilissima alle due in punto era in biglietteria: ci ha persino fatto un ridotto, per scusarsi di non si sa bene quale mancanza. Per pochi euro ci siamo guadagnati il diritto di infilarci dentro il mito. L’ingresso ricorda molto da vicino il Parque Guell di Gaudì: la pietra pare quasi che coli e prende forma di lunghe mammelle che ti impongono rispetto. Stai entrando nel ventre della madre, e il ventre della madre è fresco e umido. Ho fin da subito scoperto che per lunghi secoli la gente dimenticò la grotta ed i suoi misteri: solo agli inizi del secolo scorso l’anfratto favoloso fu ritrovato, esplorato, e in parte distrutto per la creazione di un campo da calcio e di un parcheggio, con buona pace della tradizione. “Ma la gente del posto sapeva che qui ci fosse una grotta prima del suo ritrovamento?” chiedo io, “no, non credo” mi risponde la guida che non è di Ozieri.

Le cose sono due: o la guida si è sbagliata e gli anziani di Ozieri conoscevano perfettamente la presenza della grotta dalla quale si tenevano a distanza per un motivo o per un altro, o la leggenda della Sabia Sibilla non è poi così antica. Personalmente preferisco la prima soluzione.

Salutiamo Ozieri con la promessa di farci ritorno e puntiamo diritti verso la favolosa chiesa romanica di Sant’Antioco di Bisarcio. Naturalmente il caldo era da impazzire, ma già che abbiamo deciso di visitare la chiesa, penso io, facciamo per bene. E’ posizionata su una favolosa e arida altura e per raggiungerla ci sono due possibilità: la macchina o i piedi. Abbiamo optato per i piedi e sorvolando sul caldo, il paesaggio offerto è tutto da fotografare. Anche qui abbiamo incontrato una deliziosa guida (tutte donne e tutte preparatissime durante questa vacanza, non può essere un caso). Abbiamo pagato un biglietto di pochi euro e ci siamo accaparrati il diritto non solo di visitare la chiesa, ma anche di visitare il piano superiore e di gustarci tutta la storia. Un tempo centro della diocesi di Bisarcio, la chiesa nel 1090 è in parte distrutta da un incendio. Già da allora la gente iniziava ad abbandonare la zona a causa della malaria a favore di quella che sarebbe diventata Ozieri.

 

Ma i cristiani non si persero di morale e la chiesa la ricostruirono. La facciata iniziale durante i lunghi rimaneggiamenti è stata coperta da una nuova e quella che oggi è possibile ammirare solo sul lato destro della chiesa è decorata alla maniera francese: per fare entrambi i lati evidentemente mancavano i soldi. E’ stato questo a regalare un carattere inconfondibile alla chiesa. Insolito anche il fatto che la chiesa possieda due piani: in quello superiore la guida ci ha fatto notare, fra le varie incisioni, quella di una scarpa: “Erano i pellegrini che seguivano la via da Torres a Cagliari a segnalare il proprio passaggio, incidendo una scarpa”. Affascinante penso io, che d’ora in poi osserverò meglio i ghirigori incisi sulle vecchie chiese romaniche. Su Sant’Antioco di Bisarcio ci sarebbe tanto altro da dire, ma ti ho già annoiato a sufficienza. Riposati. Domani si parte per Macomer.

4 Comments
  • Francesca
    Ottobre 16, 2012

    ottima descrizione, come sempre 🙂
    la prossima volta che vai a Oschiri però chiama Giorgio Pala della cooperativa Su Furrighesu; è una guida fantastica, nessuno conosce meglio di lui il territorio di Oschiri e soprattutto ama il sito di Santo Stefano e sta facendo di tutto per pubblicizzarlo. Nella strada per l’altare, non so se le avete viste, ci sono anche diverse domus de janas, un dolmen e alcuni menhir…

  • Kalaris
    Ottobre 17, 2012

    Ciao Francesca e grazie! Certo. Appena ci torno mi passi il contatto. Visitare Santo Stefano senza una guida è un pò come trovare un bellissimo regalo sotto l’albero ma non poterlo scartare. Purtroppo non sapevo che servisse una guida per la visita 🙁 Un vero peccato!
    Sì sì viste! Purtroppo c’era davvero troppo caldo, ma niente di strano che riorganizzi per questa primavera! E’ un posto fantastico! A prestissimo!

  • Giorgio Pala
    Maggio 19, 2014

    per le visite guidate a Santo Stefano:
    tutte le mattine 349.2793630

  • Kalaris
    Maggio 22, 2014

    Grazieee!

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