Monte d’Accoddi: non mi trovo in Sardegna, o forse si?

 

L’altare preistorico di Monte d’Accoddi a Sassari ti coglie davvero impreparata. Lo si raggiunge con una certa fatica, specie se si è deciso di esplorare il sito in pieno agosto, a mezzogiorno, ma vale ogni goccia di sudore.

Ma da Cagliari Sassari è lontana, e trovare la strada non è stato semplice, soprattutto per via del fatto che le indicazioni che seguivo parlavano della vecchia 131 e noi (a mia insaputa) calcavamo la nuova 131.

Pazienza, dopo aver confermato la mia totale inabilità con le strade ed il mio senso dell’orientamento precario,  alla fine abbiamo trovato lo svincolo giusto, abbiamo trovato l’indicazione e i parcheggi, abbiamo spento la macchina, messo i piedi a terra e la prima cosa che ci è venuta in mente, a me e mio marito è stata: ma chi ce lo fa fare?

La risposta è sempre la stessa: la curiosità e nel caso dell’altare di Monte Accoddi la voglia di vedere un’antica meraviglia che non centra niente con la Sardegna eppure è in terra sarda.

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Il sito si raggiunge, una volta parcheggiata la macchina, seguendo un lungo sentiero sul quale si tuffa a bomba un sole cocente: in lontananza vedi una piccola casupola-ufficio informazioni e sai che stai andando nel posto giusto. Poi il santuario cresce con l’avanzare dei tuoi passi, sulla tua destra.

No, non sei in Sardegna, o forse sì?

A visitarlo c’erano tedeschi, americani, spagnoli, veneti e solo noi come rappresenti della grande madre Sardegna. Abbiamo dovuto attendere qualche decina di minuti perché il gruppo si formasse, poi in fila ordinata ci siamo diretti all’esplorazione dell’altare. Non si paga alcun biglietto, né per il parcheggio, né per la visita. Male, perché la guida era a 5 stelle e il monumento di quelli che una volta visti chi se li dimentica?

La guida, una Lara Croft in miniatura, preparatissima e simpatica ha fatto strada raccontandoci che quel che vediamo oggi è frutto di una parziale e recente ricostruzione (da alcuni per altro contestata).L’accesso al terrapieno è garantito da una rampa dotata di leggera pendenza (che ad agosto, all’ora di pranzo, sembra più che leggera).

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Prima però c’è da ammirare il Sole e la Luna, megalitiche pietre calcaree a forma sferoidale l’una più grande, l’altra leggermente più piccola. Sono pietre sacre, non c’è dubbio, forse con un ruolo simile a quel che a Delfi doveva avere  l’omphalos, l’ombelico del mondo. Sono state trasportate nel luogo in cui oggi le si può ammirare, eppure si integrano perfettamente con lo scenario. Poi c’è quel meraviglioso altare, lì da sempre: un grande lastrone forato a mo di tavolo da biliardo le cui buche potevano servire per legare gli animali in attesa d’essere sacrificati, o per far colare la loro essenza vitale fin giù alla terra.

Il femminino e la Dea sono d’altronde sono le due grandi protagoniste del luogo. Tutto intorno è resti di conchiglie di mare e lumache. Mi sorprende sentire che siano i resti di antichissimi pasti sacri, perché l’altare era un luogo sacro. Purtroppo non ci è consentito visitare il tempio rosso, sigillato a tutela di quella favolosa ocra color del sangue che riveste pavimento e parte delle pareti. Abbandoniamo il luogo immaginando solamente cosa deve essere quella sala, e con quanto orgoglio debba essere stata abitata dalle sacerdotesse addette ai culti che lì, ad Accoddi, si svolgevano.

Un ultimo sguardo alla capanna dello stregone, (della sacerdotessa direi io) nella quale sono stati ritrovati centinaia di vasi in terracotta, un tripode, un idoletto della Dea Madre, pesi da telaio incisi con dischi pendenti, un corno bovino e alcune conchiglie di mare. Tutto il corredo fu ritrovato così così come doveva essere stato lasciato pochi momenti prima dell’incendio che distrusse la capanna.

Abbandono il luogo a malincuore e durante tutto il tragitto che ci porterà ad Alghero controllo le bellissime foto catturate.

Alghero mi sorprende sempre: un po’ sarda, un po’ spagnola è figlia del mare. Per l’ennesima volta abbiamo girato il suo piccolo centro storico, ma per respirare abbiamo dovuto attendere l’imbrunire. Chiunque la visiti dovrebbe cenare fronte mare, in uno dei tanti ristorantini che ti invitano con i loro profumi, con i gusti, con gli scenari. Noi l’abbiamo fatto è l’aragosta, il costa molino e la risacca del mare ci hanno massaggiato il cuore.

 

Nessuna spiaggia la mattina seguente: avevo l’Anghelu Ruju a portata di mano, perdersi quella visita sarebbe stata una follia. Purtroppo c’era davvero troppo caldo, ma abbiamo fatto comunque un biglietto combinato che ci consentiva di visitare sia la necropoli, sia il poco distante nuraghe di Palmavera.

Non c’è dubbio che la Sardegna archeologica sia più bella da visitare durante la primavera, ma all’interno delle Domus, in estate, vive un silenzio ed un fresco che ti restituiscono respiro ed energia. E l’energia del luogo o la si sente o la si ignora totalmente, non c’è molto da girarci intorno. All’Anghelu Ruju io l’ho sentita.

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Photo Credit: claudia.zedda

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