La bastida di Sorres 2016: leggende, fate, medioevo

 

Correva l’anno mille o giù di lì, e a Borutta faceva ritorno un giovane maestro artista che aveva studiato oltre mare.

La leggenda riportata da Calvia prima sulla rivista letteraria “La terra dei Nuraghes”, e da Grazia Deledda poi su Leggende Sarde racconta di una piccola finestrella, nel paese di Borutta, bella di una bellezza arcana, ricca di rose e campanule che deboli e profumate si arrampicavano lungo le colonnine della finestra, in morbide spirali, quasi riccioli. Nessuno si affacciava mai da quella finestra, ma al suo interno si sentiva cantare e soprattutto si sentiva tessere. Ogni mese la donna che abitava quella casa stendeva fuori da quel piccolo foro buio, che la metteva in connessione con il mondo, arazzi che avevano dell’eccezionale, ricchi di astri, figurine e foglie di alloro.

L’artista, senza mai averla vista, si innamorò della sconosciuta e lei gli concesse in dono un arazzo raffigurante una meravigliosa chiesa, bianca, nera, maestosa. Era il monastero di San Pietro di Sorres.

Quando lui insistente le chiese di mostrarsi lei rispose:

“ Io non ho pane da darti, nel mio piccolo giaciglio non sono che spine, mille e mille gradini granati devi salire per arrivare a me che sì vicina ti sembro. Quando vi arrivi sono fredda come la morte.  Viandante, va”.

Né Calvia né la Deledda lo accennano mai, ma quella donna, non c’è dubbio, è una fata, per dirla alla nostra maniera è una Jana.

Mi vien da sorridere, perché sono state le janas a portarmi a Borutta e a Borutta ho trovato una meravigliosa Jana, che ricama, non si mostra mai al sole e canta come le canne contro il vento.

Il monastero  di San Pietro di Sorres

Essere ospite del monastero di San Pietro di Sorres è stata un’emozione. Ancor prima di arrivare in paese è il contrasto cromatico di pietre bianche contro pietre nere, lontane ma già protagoniste, che ti avvolge, che ti attrae, che ti guida come se mille Janas ti spingessero a quell’incontro.

Gianni, padre Gianni è una persona speciale. Un prete ma pure un monaco. Un  monaco ma pure un uomo di spirito. Mi ha guidato con pazienza ed ironia alla scoperta degli anfratti più nascosti e silenziosi del monastero, all’interno del quale si respirava magia, nonostante la battaglia che fuori imperversava. Il cromatismo di quella struttura antica è un’illusione, un ipnosi, un vortice.

“Li noti tutti questi dettagli?” Così me li ha indicati, permettendomi di vedere quello strano scontro fra romanico e pre gotico di mura alte, colonne grosse e forti ma tendenti al cielo. Ha attirato la mia attenzione su quella bellissima bifora ricca e sulla fronte del monastero, ricamate alla maniera un po’ araba un po’ aragonese.

Il vero gioiello è il chiostro. Non è solo sereno, silenzioso, sussurrato, bianco di arenaria che la mattina si accende di sole. E’ la realizzazione in pietra, acqua e vegetazione della mia personalissima idea di cortile medievale, con un pozzo al centro, dei desideri non c’è dubbio, sole di primo pomeriggio, profumo di fiori, farfalle che svolazzano, api operose e una bibliotecaria seduta sotto il porticato.

La biblioteca 

La biblioteca non è stata aperta al pubblico in occasione della manifestazione, come mi è capitato di leggere negli ultimi giorni, ma questo non sminuisce il suo fascino. Sessanta mila volumi fra cui antichi manoscritti, alcuni impreziositi da misteriosi disegni, altri ancora da tradurre.

Due piani di cultura gestiti da una bibliotecaria sorridente, di quelle preparate, simpatiche, giovani, che sì, potrebbe essere la protagonista di un romanzo.  Ovviamente da ambientarsi all’interno di un monastero.

Campi medievali e Bastida di Sorres

Il caldo è stato impietoso, ma l’accampamento medievale è stato più attraente dell’afa. L’ho girato e rigirato moltissime volte. Semplice: stavi passeggiando fra le pagine di un libro di storia. C’era la speziale, il cordaio, chi estraeva frecce e chi raccontava come usare un astrolabio. C’era il venditore di idromele, la sarta, la taverna, chi illustrava i giochi medievali e chi paziente intrecciava morbide ghirlande per le giovanissime.

Eri come dentro un gioco: ogni tenda aveva un mistero che si svelava veloce parlando con i protagonisti di quel mondo.

C’era addirittura la tenda nella quale veniva organizzata la battaglia e sbirciandoci dentro si potevano ascoltare, in anteprima le strategie d’attacco e di difesa.

Quelle poi le abbiamo viste anche in opera sul campo di battaglia. Una rivisitazione precisa di una battaglia medievale che deve aver visto lo spargimento di moltissimo sangue su quella piana fertile e gentile. Ero emozionata come una bambina e urlando Arbarè, Arborea, ho finito per crederci davvero che potessimo vincere. Ma niente, la storia voleva in modo diverso e i figuranti l’hanno rispettata con precisione.

La cena delle janas

A Borutta, nella terrazza del Monastero di San Pietro di Sorres erano candele, merletti, macchia mediterranea sul tavolo e organza che svolazzava sulle tovaglie. Torralba in lontananza brillava come un presepe e la luna ci guardava prima rossa e giovane e poi bianca, diafana, fatata, benevola.

“Questa cena sarà un po’ un gioco, un po’ un pretesto per conoscere meglio i piatti della tradizione sarda e le sue leggende.  Le nostre leggende appunto ci rendono un popolo tanto speciale, unico, indimenticabile. E già che di leggenda si parlerà stasera è inevitabile iniziare da una leggenda”.  Su contu della Pedra Mendalza, di Giave  era di casa a Borutta.

Immaginate tante piccole fate che fuoriescono da quella rocca magica, seguono il cammino delle janas, raggiungono per sentieri sconosciuti la piccola Borutta con in mano mille piatti brillanti e profumati di tradizione gastronomica isolana. Sono vestite di rosso, nero, viola, di oro e di campanelle. Tintinnano come piccoli strumenti musicali. Le vedi?

Quella notte sì, qualcuno le ha vedute. Una bambina mi si è avvicinata: “Ma quando vengono le Janas” mi ha chiesto, e io le ho regalato un campanello per richiamarle, che una fata intorno può tornare molto utile, specie a una bambina dotata di fantasia.

Pozione del cuore puro per iniziare, formaggio fuso con miele di corbezzolo, purpedda avvolta in carasau, culurgiones, macarrones de busa in ragù di cinghiale e ginepro, maiale in rotolo con miele di acacia, ricotta agrumi, miele di lavanda, noci e pozioni per chiudere una cena incantata.

Poi un sacchetto profumato, ricco di erbe che la tradizione popolare sarda ritiene magiche, scaramantiche, porta fortuna, per augurare buona sorte a tutti i commensali.

Bravissimo lo chef, Luciano Sanna, bravissimo il team di ragazzi e ragazze che lo hanno accompagnato, tantissimi i commensali, più di ottanta per una cena da sogno, che non dimenticherò mai.

La notte, mentre mi dirigevo verso la nostra piccola casa di Bono tra gufi e cani bianchi, sciami di farfalle notturne, e vacche che rubano more convinte di esser viste solo dalla luna pensavo solo a una cosa: a far ritorno, l’anno prossimo in quel piccolo paese, piccolo e incantato che è Borutta alla ricerca della sua Jana e del suo telaio d’oro.

Cosa potevi vedere e non ti ho raccontato

Le possibilità di scoperta durante la Bastida di Sorres 2016 erano davvero numerose. Si poteva ammirare il falconiere alle prese con i suoi rapaci, si potevano ascoltare le storie del cantastorie, visitare l’antica grotta, una marea di mostre, passeggiare a cavallo, duellare o ammirare la produzione del torrone. Insomma si poteva fingere d’essere realmente protagonisti di un medioevo senza fine.

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