
Una riflessione sulla relazione fra Natura e Umano
Festival Selvatica di Cagliari – Intervento di Claudia Zedda
Questo testo nasce dall’intervento di Claudia Zedda al Lazzaretto di Cagliari, in dialogo con Mauro Ballero, Adriano Favole e Michele Puxeddu.
Introduzione
Il selvatico non è un luogo remoto.
È la parte di noi che la civiltà ha tentato di addomesticare.
Parlare oggi di selvatico non è un esercizio nostalgico, ma un modo per interrogarci sul nostro modo di abitare la Terra, sul confine sempre più fragile fra naturale e artificiale.
Natura e Selvatico: due mondi intrecciati ma diversi
Natura e selvatico non coincidono.
La natura è la totalità del vivente: il principio vitale che avvolge uomini e donne, domestico e selvaggio insieme.
Il selvatico, invece, è la natura non addomesticata — quella che resiste, che sfugge al controllo dell’uomo, che cresce ai margini dell’abitato e della coscienza.
È l’anima indisciplinata della natura, quella che ancora non ha imparato a obbedire.

Un viaggio nel mondo tradizionale sardo
L’obiettivo di questa riflessione è avvicinarci al concetto di selvatico nel mondo sardo tradizionale — un mondo preindustriale, contadino e pastorale, in cui la conoscenza si trasmetteva oralmente.
Per farlo mi servirò di due strumenti preziosi: il mito, forma di conoscenza e regolazione del rapporto fra uomo e ambiente, e la lingua, che del mondo antico è la custode più fedele.
Selvatico come soglia
Selvatico, così come natura, sono luoghi reali e immaginari, spesso percepiti lontani dall’abitato, ma che non lo abbandonano mai per davvero.
Questo perché l’uomo — e soprattutto la donna — Natura se la portano dentro.
Nel mondo tradizionale sardo, il selvatico è il luogo in cui la Natura vive, ma anche quello dove essa mostra il suo potere, benefico o pericoloso.
È uno spazio di libertà e di rischio, dove il confine fra umano e non umano si assottiglia fino a sparire.
Merita ricordare che Natura non era un concetto estraneo all’uomo e alla donna giacché ciascuno se ne sentiva parte. Come ripeteremo spesso il rapporto era di relazione e convivenza, non di separazione.
Le presenze del selvatico
Nell’immaginario sardo, il selvatico è casa di creature mitiche o favolose: is mamas, is janas, e figure più oscure come s’aremigu.
Is Mamas: le madri degli elementi
Is Mamas parlano dell’anima animista del popolo sardo: proteggi solo ciò che conosci, e ami solo ciò che rispetti.
Queste figure insegnavano a prendere confidenza con la natura.
Essendo isola, la Sardegna conosceva bene i limiti delle sue risorse.
Per questo acqua, boschi, pesci, erbe e terra si rispettavano.
Donare loro un’anima serviva a ricordarlo.
Un approccio che oggi potremmo riscoprire: un modo per tornare a una relazione, e non a una predazione, con il mondo naturale.
Per approdondimenti: “Domus de janas patrimonio dell’umanità”
Janas: le fate sarde
Le Janas abitano il confine fra realtà e mito.
Si raccontava che si mostrassero in aperta campagna, fra i campi, nei boschi, in sogno, nei pressi dei nuraghes, per indicare la presenza di un tesoro destinato alla prescelta o al prescelto.
In questo senso, la natura diventa il luogo nel quale i tesori sono custoditi.
Tramite per riceverli, il divino.
Spetta semplicemente comprendere che forma vogliamo dare ai tesori: ricchezza, oro e gioielli?
O magari abbondanza, fortuna, salute?
Per approfondimenti “Janas: le fate sarde”
Le piante miracolose
La Natura è anche casa di piante miracolose.
È nella natura selvatica che, secondo il mito, si ritrovano i tesori.
Nelle leggende sarde compaiono piante che sono veri e propri simboli di abbondanza: la ballariana (o ballaiana) e la felce maschio.
Piante mitiche, leggendarie, favolose, il cui solo ritrovamento garantiva fortuna per un anno o per la vita intera.
Per approfondimenti Ballariana: apportatrice di fortuna.
Il selvatico che cura
Il selvatico, per il Sardo, non era solo un luogo con il quale relazionarsi (is mamas) o nel quale trovare la propria fortuna (is janas e piante mitiche), ma anche un luogo di guarigione.
Molte medicine popolari mettono in luce questa visione.
Quella de sa mixina de sa figu (la medicina del fico) è emblematica.
Il fico selvatico poteva infatti guarire mali importanti se non aveva mai sentito il suono della campana — ossia, a patto che fosse particolarmente distante dall’abitato, quindi selvatico e non domato.
Ma più del rimedio conta il luogo: quel paesaggio selvatico dove corpo e spirito si riconciliavano con la terra.
Che la natura guarisca, d’altronde, ce lo ricordano anche altri due rituali terapeutici: quello dell’incubatio e de s’imbrussinadura, che garantivano guarigione per via del contatto con la terra.
Per approfondimenti “Sa figu: la pianta del demonio”
S’Aremigu: il demone dei confini
Infine, selvatico nel mondo sardo era anche pericolo.
Era appunto in questo luogo immaginario e reale che il male, in forma diabolica (s’Aremigu), poteva mostrarsi.
Di quelle porzioni di terra nelle quali non cresceva erba si raccontava che avessero ospitato s’Aremigu, apparso di notte a pastori o viandanti.
Nel selvatico convivono luce e ombra, come in ogni creatura viva.
Non esiste bosco che non ospiti entrambi.
Il selvatico dentro di noi
Il selvatico nella tradizione popolare sarda è uno spazio liminale, di passaggio e trasformazione.
Genera paura, perché non si lascia controllare; desiderio, perché custodisce salute e ricchezza, e rispetto, perché la relazione con la natura non è mai stata di dominio, ma di reciprocità.
E vi ho detto che il Sardo la Natura se la sente dentro, e non me lo rimangio.
Ogni donna ha natura dentro — e in alcune varianti linguistiche anche l’uomo.
È l’organo riproduttivo, ciò che genera vita.
Non vi sembra affascinante che, nonostante i sacrifici fatti per allontanarci dalla natura, essa rimanga — almeno nel linguaggio — dentro di noi, rappresentando proprio l’origine del vivere?
Conclusione
Forse il vero selvatico, come sapevano bene le donne e gli uomini di ieri, non è fuori da noi, ma nella parte più profonda che ognuno di noi custodisce: quella che sa guarire, ci tiene in equilibrio, e ci rende felici. Forse selvatico è il tesoro destinato ma dimenticato. È tempo di ritrovarlo.
Claudia Zedda
Antropologa, scrittrice e divulgatrice culturale
www.claudiazedda.it – www.janasacademy.it
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