Sa filla ’e soi: un archetipo sardo contro la violenza sulle donne

La giornata di oggi è triste e potente insieme

Le donne sono oggetto di violenza (fisica, morale, culturale, psicologica) e oggi lo ribadiamo. Non lo dimentichiamo durante il resto dell’anno, nessuna di noi lo dimentica, ma oggi lo evidenziamo.

E dire la propria durante una giornata di questo genere è sempre complesso, ma mi sento in dovere di farlo. Non parlando della violenza, ma ricordando, attraverso il mito, di quando la donna non era proprietà. Perché credo io, il problema sta proprio lì: la donna assimilata ad un oggetto come oggetto viene trattata quando è esposta alle violenze.

Scelgo consapevolmente, assecondando la mia natura di raccontare un archetipo positivo, non un trauma. Scelgo consapevolemente di raccontare e ricordare una verità sacrosanta che le mie janas e le mie donne pure, non vogliono si dimentichi:

Non siamo nate da una storia di subordinazione.
Siamo nate da una storia di libertà.
È il sistema che l’ha dimenticata, non noi.

In questa leggenda che Raffaello Marchi raccoglie nel secolo scorso tra Nuoro e Orgosolo si racconta di donne che scelgono, rimangono accanto ad un uomo consapevolmente, se ne vanno quando necessario, che non si piegano in alcun modo a nessun trucchetto. Nemmeno quelli usati dai preti.

Non c’è vittimismo.
Non c’è moralismo.
Non c’è colpa.
C’è un potente modello di libertà.

Spero che vi raggiunga così come ha raggiunto me: non un racconto che ferisce, ma che solleva e ispira

Non accusa l’individuo: smaschera la struttura. E propone una risposta culturale, non emotiva o emergenziale.

Faccio quello che credo sia dovere della mia disciplina: racconto un sapere che cura, e non un dolore che schiaccia.


Su contu ‘e mama Soi

Un pastore, che possedeva bestiame che spostava ogni giorno, dormiva ogni sera in un ovile. All’albeggio, tutti i giorni svegliandosi trovava accanto a sé una donna che lo guardava. Ma la donna, non appena lui apriva gli occhi, spariva.

Un giorno arrivò un prete. Il pastore gli raccontò ciò che accadeva, e il prete gli disse di fare così: di coricarsi e, quando la donna si fosse seduta vicino a lui, di cucirle di nascosto un filo di seta all’orlo del vestito.
In questo modo, quando lei si fosse rialzata per andarsene, non avrebbe potuto allontanarsi, perché legata a lui da quel filo di seta.

Così avvenne: la donna rimase, e lui la sposò.

Quando i compagni andavano a cercarlo, la fata – che era sua moglie – rispondeva:
“Per conto suo lui non c’è, ma per conto mio lui c’è”, perché lei, essendo una fata, non poteva dire bugie.

Ogni anno, nel paese della fata, si celebrava una festa importante, e dopo tanti anni i due riuscirono ad andarci insieme. Ma lungo la strada trovarono una piccola una pozza d’acqua.

La fata scese da cavallo, entrò nella pischina, lanciò l’anello al marito e disse:

“Da adesso in poi è finito il tempo in cui io devo stare nel mondo dell’inganno. Io torno a casa mia.”

Il marito, la guardò scomparire nella pozza, ascoltando una voce provenire da lì sotto: era la madre della fata che diceva:
“Figlia del Sole, dove sei stata finora?”
E la fata:
“Madre mia, sono stata nel mondo dell’inganno.”


Lettura del mito

Questa leggenda è una piccola miniera d’oro, una dichiarazione di poetica sulla donna nel mito sardo.


Nella tradizione isolana – come in molte tradizioni europee – le fate non sono mai figurine decorative. Sono agenti. Decidono, orientano, intervengono. Non subiscono la trama: la dirigono.
In questo racconto, la fata accetta il matrimonio solo perché costretta dal trucco del prete, ma non è mai veramente sottomessa alla logica umana. Partecipa, vive, recita il suo ruolo, ma non perde mai la propria sovranità. Il sospetto è che lei sia consapevole di poter andar via quando desidera. Asseconda il gioco altrui.


Quando il suo tempo nel “mondo dell’inganno” (altrove malo mondo) finisce, lei se ne va. Non discute. Non supplica. Non teme conseguenze.
E soprattutto: non vive il legame con l’uomo come eterno, ma come situazionale.

Questo ribalta completamente la narrazione moderna in cui la donna è quella che “resta” e l’uomo quello che “va”. Qui succede il contrario:
– lui la trattiene con un trucco;
– lei resta finché vuole;
– a tempo debito libera sé stessa.


La pischina non è solo un luogo: è un portale.
Nelle tradizioni europee, e anche in quelle sarde, l’acqua è il confine fra i mondi.
La fata, per andarsene, non attraversa una porta: scivola nella sua natura.
È un ritorno alla sua origine luminosa, solare. D’altronde viene detta, letteralmente figlia del Sole.


Questo è un punto interessante: non è il mondo magico a essere illusorio. È il nostro.
La fata forse non scappa dal marito: scappa dall’inganno della condizione umana, fatta di ruoli, aspettative, legami forzati, compromessi.
Lei non mente, non manipola, non si piega. Il nostro mondo sì.


La fata insegna una cosa che oggi sembra rivoluzionaria e invece era già scritta nei racconti di ieri: una donna può andarsene quando il suo tempo in una relazione è finito.
Può chiudere una storia senza chiedere il permesso. Può dire “non resto” perché è soggetto e protagonista della sua storia.
Questo è un gesto sacro, non violento, non punitivo: è coerenza esistenziale.
Il mito insegna qualcosa che la nostra società fatica ancora a riconoscere: la donna non è proprietà di niente e di nessuno, nemmeno della trama.


Molte “fairy wives” se ne tornano nel loro mondo quando la misura è colma. Segno che questa logica – donna soggetto, non oggetto – è trans-culturale. C’è un filo europeo: le creature femminili liminali non accettano catene e portano esempio alle donne vere per davvero. È un pò come se le story teller di ieri, elaborando questi miti, li abbiano fatti carichi di significati per le donne di oggi.


La prima immagine della storia è già una dichiarazione ideologica, e oggi diremmo quasi politica: la fata non appare per caso.
Lei si presenta accanto all’uomo mentre lui dorme. È lei che osserva, valuta, sceglie. Non è lui a cercarla. Non la insegue. Non la conquista. Non la desidera.
È lei che compie il primo gesto della relazione.

Questa dinamica rovescia ogni copione amoroso tradizionale:
l’uomo dorme — la donna vede.
Lui è inconsapevole — lei è vigile.
Lui è passivo — lei agisce.

La fata non è la “scelta”, è la selezionatrice.

Inoltre la scelta avviene mentre l’uomo dorme, nel sonno: l’uomo, in quel momento, non è nel pieno del suo ruolo sociale, non ha difese, non rappresenta nulla, non performa alcuna identità. È “nudo” da aspettative. E la fata lo vede proprio così: come individuo, non come maschio sociale.
Lei percepisce qualcosa che le interessa, o che le torna utile, qualcosa che forse la attrae o la incuriosisce. Non sappiamo cosa sia — il mito non ce lo dice — e proprio qui si vede la sua antichità: non dà spiegazioni. Non ha bisogno di giustificare la scelta femminile.

In termini simbolici, la fata non sceglie un uomo, ma sceglie un’anima.
Lei osserva oltre la superficie, oltre la biografia, oltre il ruolo. È un atto attivo, libero, deliberato.


L’intervento del prete: un tentativo di domesticare il soprannaturale

La presenza del prete nella storia non è un dettaglio marginale. È l’irruzione dell’istituzione cristiana dentro un mondo che le sfugge: il mondo delle donne-fate, della natura e della libertà femminile precristiana.

Quando il prete suggerisce di cucire il filo di seta all’orlo del vestito della fata, non sta solo aiutando un pastore spaesato. Sta applicando quella logica tipicamente cristiana – e maschile – del “prendere possesso”, “vincolare”, “normalizzare”.


Il trucco del prete funziona solo temporaneamente. Il matrimonio non cristianizza la fata.
La domesticazione non avviene. La donna non diventa proprietà dell’uomo, né parte stabile dell’ordine cristiano.

La fata resta fata. Resta altra. Resta sovrana.

E quando decide che il suo tempo nel “mondo dell’inganno” è finito, se ne va con una semplicità disarmante.
Non chiede scusa.
Non chiede permesso.
Non teme castighi.

Il prete ha provato a domarla; il mito la libera.
L’uomo ha provato a legarla; la natura scioglie la seta.
Il cristianesimo ha provato a inglobarla; lei ritorna al suo mondo solare senza battere ciglio.


La morale profonda: la libertà femminile non si addomestica

Se il prete rappresenta l’ordine, la fata rappresenta la natura selvaggia, la soggettività, la scelta.

Che cosa insegna allora la leggenda?

Che il controllo sulla donna è sempre fragile.
Che ogni tentativo di legare ciò che nasce libero ha un tempo limitato.
Che l’agenzia femminile, nel mito sardo, è più forte dell’istituzione religiosa.
Che il “mondo dell’inganno” è il nostro, non il loro.
Che la donna può scegliere di andare via e nulla – né la fede né la legge né il matrimonio – può impedirglielo.


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