L’unguento di cera noa e le meigas: tra economia femminile e sapere incarnato

Spesso si sente dire che le guaritrici sarde, per essere riconosciute tali, dovessero offrire i propri servigi gratuitamente. L’hai sentito anche tu?

Questa affermazione è, insieme, falsa e pericolosa.

È falsa perché le meigas (medichesse), quelle che la gente definiva vere meigas, svolgevano un unico lavoro, quello di medichesse e per i loro servizi venivano ricompensate in beni (il noto scambio in natura) e finanche denaro.
È pericolosa perché alimenta l’idea che il lavoro femminile debba essere gratuito per essere “puro”.

Le donne che non venivano retribuite erano quelle che si occupavano occasionalmente di medicina: la zia che curava il bimbo con la febbre, la vicina che dava un consiglio di salute, la madre che si occupava della salute dei propri figli. Quotidianamente svolgevano altri lavori, occasionalmente guarivano perché tutti si davano una mano come potevano.

Gratuità, santità e lavoro femminile: il modello dell’anargiria

Nel mondo greco‑cristiano si è sviluppato un modello di santità medica, quello degli anárgyroi, i “senza argento”, che ha probabilmente influenzato l’etica della cura gratuita (molto nota in ambito popolare non solo in Sardegna. Il termine deriva dal greco an-argyros, “senza argento”, e indicava coloro che esercitavano la cura senza accettare denaro.

I santi Cosma e Damiano ne sono l’esempio più noto: medici che guarivano gratuitamente, per scelta ascetica e per imitazione di Cristo. La loro era una decisione teologica precisa, un gesto radicale di carità e distacco dal profitto.

In quel contesto, la gratuità era virtù. Era santità.

Quando il modello dell’anargiro viene proiettato sulle donne che curano, il significato cambia. Non è più una scelta ascetica. Può diventare una richiesta implicita: se hai un “dono”, non dovresti farlo pagare. Se curi per vocazione, il denaro ti contaminerebbe.

È qui che il discorso si fa delicato. Le meigas sarde non erano sante ascetiche. Erano professioniste inserite in un sistema economico di scambio. Ricevevano beni, denaro, riconoscimento. Il pagamento non toglieva valore al loro sapere; lo sanciva.

Confondere l’anargiria cristiana con la pratica delle guaritrici isolane significa sovrapporre due sistemi simbolici diversi.

Nel primo caso, la gratuità è un atto di libertà spirituale.
Nel secondo, il riconoscimento economico è parte della dignità professionale.

Il sapere femminile non è folklore caritatevole. È lavoro, competenza, responsabilità.

E raccontarlo in questi termini significa restituire alle guaritrici non solo il loro unguento, ma la loro autonomia.

Il caso di Anna Salis

Anna Salis, di Santa Giusta, era una meiga nel senso pieno del termine. La gente la definiva così: il suo lavoro era quello della medichessa. Aveva ambiti di specializzazione, trattava diverse patologie e possedeva una ricetta forte, l’unguento de sa meiga, di cui non posso rivelare gli ingredienti.

Non era una santa. Era una donna autonoma, riconosciuta e stimata per le sue competenze.

Dalle interviste raccolte (vedi Medicina popolare sarda di Nando Cossu) emerge che, dopo mesi di trasferta, rientrava con il carro carico di grano, olio, sale, farina, frutta secca, caffè e in alcuni casi denaro. I suoi servigi venivano pagati in natura o moneta.

L’unguento, in particolare, era pagato in denaro. Le persone ne riconoscevano l’efficacia e desideravano averlo in casa.

Il sapere non era gratuito. Era scambio. Era economia. Era riconoscimento.


L’unguento di cera noa (de is noi acuas)

Se la ricetta dell’unguento de sa meiga resta custodita, posso invece condividere quella dell’unguento di cera noa, base di moltissimi preparati tradizionali isolani.

È una formula semplice, ma potente.

Proporzione tradizionale: 1:6
(una parte di cera, sei parti di olio)

Ricetta indicativa:

– 10 g di cera vergine
– 60 g di olio (extravergine o olio medicato)
– Acqua quanto basta

Si scioglie la cera nell’olio a bagnomaria fino a completa fusione.
Si lascia intiepidire leggermente.
Poi si aggiunge l’acqua poco per volta, lavorando con pazienza fino a ottenere un’emulsione cremosa.

Il nome de is noi acuas significa “delle nove acque”: l’acqua veniva incorporata in nove momenti successivi, goccia dopo goccia.

Il nove non è casuale. Nella cultura tradizionale è numero di compimento, trasformazione, guarigione, passaggio.

L’aggiunta dell’acqua trasforma il semplice unguento grasso in un’emulsione fresca, vellutata, idratante.

Era utilizzato per piccole bruciature, escoriazioni, foruncoli, disidratazione cutanea, irritazioni al seno, cicatrizzazione delle ferite.

È importante ricordare che si tratta di un preparato privo di conservanti: andava prodotto in piccole quantità e utilizzato in tempi brevi.

La tradizione non lavorava con termometri o formule industriali.
Si lavorava a occhio, con l’esperienza, con la mano.

Le ricette si possono scrivere.
Il gesto si apprende facendo.


Il sapere femminile non è folklore

Questi unguenti non erano superstizione. Erano il risultato di osservazione empirica, pratica quotidiana e conoscenza profonda delle materie prime.

La cera d’api non è solo un grasso: possiede naturalmente componenti che aiutano la stabilità dell’emulsione. L’olio medicato concentra principi attivi liposolubili delle piante. L’acqua modifica la texture e la percezione cutanea.

Non è magia. È chimica tradizionale. Ma è una chimica che vive dentro un contesto culturale, simbolico, relazionale. E questo contesto fa la differenza.


Reel e carosello

Ho raccontato la figura della meiga e l’unguento di cera noa in un reel che puoi vedere qui:
👉 https://www.instagram.com/p/DUjHbKgjN-U/

Nel carosello dedicato trovi invece le immagini e il procedimento passo passo.

(Link)

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Commenta sotto, ti leggo.

C.

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