Le janas: il nome

Le janas: il nome

Quando si parla delle fantastiche fate sarde, il termine che più spesso ritorna per indicarle è quello di jana. Pur essendo il nome più noto per definirle, sarebbe un errore pensare che si tratti dell’unico, dato che esse sono conosciute con una numerosa varietà  di termini, caratteristica questa propria di molti altri personaggi fantastici isolani che rispecchia i particolarismi locali e la fervida immaginazione di chi visse e vive la terra sarda. Fra le varianti più condivise quella che vede jana mutarsi in bajana o ajana, presso Lodine o Lodè, mentre a Mores, Bonorva, Rebeccu, Ozieri, Pattada, Buddusò, queste sono note come fadas. Diverso discorso è da farsi per il nuorese, dove le fate isolane sono ricordate come birghines[1] o virghines[2].

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E’ comunemente accettato che jana, bajana, ajana, siano varianti di un medesimo nome, e si suppone che fadas, virghines e janas rappresentino tre tipologie fantastiche differenti.

Le differenze sostanziali intercorrono specialmente fra le fadas e janas. Non solo la terminologia che indica le une e le altre è in sostanziale contrasto, ma anche i tratti che le caratterizzano e le abitazioni che la tradizione ha assegnato loro le indicano come figure con pochi punti d’accordo.

Le fadas vengono spesso descritte come donne di statura normale che non necessariamente abitano le domus de janas, che nel Logudoro sono conosciute con il nome di furrighesos o coronas[3]. Le fadas vivono spesso mescolate alla gente comune e con queste si confondono per una sostanziale somiglianza.

Le janas vengono invece descritte come creature dalle dimensioni insolitamente ridotte e intese comunemente come abitatrici delle domus de janas, sepolture prenuragiche alle quali diedero tradizionalmente il nome.

E’  interessante notare inoltre come fra le bajane, bazane e virghines esista un certo legame, dato che in lingua logudorese le ragazze nubili venivano appunto indicate con il nome di bajana o bazana. In quanto non sposate queste giovani donne dovevano ricoprire lo status di vergini, virghines o birghines appunto[4].

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Davvero affascinanti e suggestive anche le conclusioni cui giunse Wagner in merito all’etimologia della parola jana. Il termine sarebbe semplice degradazione del nome Diana, antica divinità  romana, che secondo gli studi condotti in merito, avrebbe in Sardegna e in tutto il Mediterraneo usurpato l’antico ruolo della Dea Madre. Con l’avvento del cristianesimo questa figura mitica fu pesantemente demonizzata, trasformata con un lavoro lungo secoli, in una creatura femminile spaventevole e demoniaca, quale spesso è intesa appunto la jana.

Il passaggio da Diana a jana  è facilmente riscontrabile nel territorio della Rumania, dove Diana si sarebbe mutata in zina, mentre nelle Asturie sarebbe diventata xana e ja in Portogallo. Nell’antico provenzale invece il termine jana sopravvisse, e con questo si era soliti indicare una creatura assimilabile all’incubo. Nell’antico toscano jana era una strega, traduzione valida anche per il termine janara napoletano e per il francese antico gene[5]. Creata la connessione tra Diana e jana, sarà  impossibile non mettere in luce alcune somiglianze di notevole importanza: la divinità  greca prima, romana poi era infatti non solo icona di verginità , ma addirittura protettrice delle stesse e vergini appunto dovevano essere le sacerdotesse che a lei si votavano, birghines o virghines per dirla in dialetto isolano.

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Con il termine jana in alcuni paesi del Logudoro ci si riferisce anche alla mantis religiosa, e nell’Oristanese si intende non solo la fata, ma anche un piccolo insetto bianco non meglio specificato. Jana ‘e mele nel dialetto nuorese è  la donnola, bestiola particolarmente dannosa, piccola e dal corpo agile, esattamente come si potrebbero immaginare le abitatrici delle domus e in Ogliastra mala jana, margiana è termine pericolosamente vicino a margiani, la volpe, ancora una volta piccola, agile e imprendibile[6].

Nomi propri con i quali ci si riferisce tradizionalmente alle piccole fate isolane sono quelli di chiriga, cirriaca[7]. Secondo Dolores Turchi il nome proprio potrebbe avere in significato di colei che ha il potere, in lingua greca[8].

A tutt’oggi jana è il destino, la sorte, in località di Tempio, e non di rado con il termine ajana si intende la bruja, malefica strega che complica la vita degli uomini[9].

Claudia Zedda

Estratto da Creature Fantastiche in Sardegna. La Riflessione: Cagliari.


[1] Losengo Rosa, 1963. Le janas Sarde in “Atti del convegno di studi religiosi sardi, Cagliari, 24-26 maggio 1962″. Padova: CEDAM.

[2] “Vergini┝.

[3] Gino Bottiglioni in Leggende e Tradizioni di Sardegna (1922) conferma che le coronas e furrighesos siano secondo la tradizione abitate piuttosto da indios, nanos e irribios.

[4] Losengo Rosa, op.cit.

[5] Wagner Leopold, 1951. La lingua sarda: storia spirito e forma. Berna: A. Francke.

[6] Liori Antonangelo, 1992. Demoni, miti e riti magici della Sardegna: un viaggio affascinante e singolare tra i misteri millenari di una regione straordinariamente ricca di tradizioni. Roma: Newton Compton.

[7] Enna Francesco, 1990. Sos contos de foghile, disegni di Bruno e Stefano Enna e di Marina Monagheddu. Sassari: Gallizzi.

[8] Turchi Dolores, 2001. Lo sciamanesimo in Sardegna. Roma: Newton & Compton.

[9] Cabiddu Gino, 1965. Usi, costumi, riti, tradizioni popolari della Trexenta. Cagliari: Editrice sarda F.lli Fossataro.

Pubblicato da continuitas.org

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