Rebecca e le Janas: Fiabe Mode on

Perché in futuro il nostro passato non venga dimenticato.

Emma era una bella ragazza, grassoccia e dalle guance rubiconde. Il suo sorriso faceva simpatia fin dal primo sguardo e i capelli neri come il carbone lei li portava sempre legati, tanto che suo marito non avrebbe saputo dire quanto fossero lunghi.

La nostra storia inizia in un giorno di primavera: Emma nel suo vestito color del cielo passeggiava lungo un piccolo sentiero che divideva in due il piccolo bosco a pochi passi dalla sua casa. La ragazza amava passeggiare ma soprattutto amava raccogliere tutto quello che il suo boschetto le offriva e questa era la stagione degli asparagi sicché la donnicciola piccola e paffuta avanzava con nel braccio un cestino intrecciato grazie al giunco locale, con in testa un fazzoletto colorato e con il suo bel pancione: entro qualche mese avrebbe partorito il suo primo bambino e benché il marito desiderasse con tutto il cuore un maschietto, lei in segreto pregava ogni notte per una femminuccia.

Da qualche mese s’era presa l’abitudine di cantare una piccola filastrocca per il suo bambino che non appena sentiva le prime note di quella bella melodia iniziava a muoversi, confermando alla mamma la sua vitalità. Cantava anche quella mattina quando improvvisamente fra un rovo di more in fiore e qualche papavero rosso come le ciliegie, vide un luccichio prezioso. Curiosa era curiosa Emma, e nonostante il suo bel pancione si fece strada fra la fitta vegetazione che profumava di Maria Luisa. A pochi passi dal sentiero che era solita percorrere quasi tutte le mattine, si trovava un bellissimo pettinino femminile, tutto in oro e delicatamente impreziosito da decori in filigrana simili a quelli che lei aveva visto, da bambina, sui gioielli della nonna.

Era stata proprio la nonna a dirle che in quel bel boschetto un tempo vivevano le janas: erano piccole fate ricchissime ma un po’ sbadate, che non di rado lasciavano trovare ai più fortunati preziosi tesori, e quello che ora aveva in mano era un vero e proprio tesoro che avrebbe potuto cambiare la vita sua e di Mario, il marito.

Ma Emma era buona e onesta e dopo aver guardato con desiderio quell’oggetto, si decise a restituirlo alla legittima proprietaria. Trovare le janas non era cosa tanto facile, ma lei sapeva dove dormivano e dove mangiavano: la nonna quando era bambina non si stancava mai di raccontarglielo. Lei le janas le aveva incontrate alla sorgente di Domu Pedra, poco distante dalla piccola grotta dove i ragazzini giocavano a nascondino.

Raggiunse il posto in meno di un ora, ma alla sorgente non trovò nessuno: sbirciò a destra e manca e chiamò qualche volta il nome di quella jana che la nonna le aveva raccontato d’aver conosciuto: “Chirriga, Chirriga ci sei?”. Aspettò qualche minuto, d’altronde era quasi ora di pranzo e probabilmente le janas stavano preparando per il pasto.

Quando le speranze erano quasi del tutto perse, la ragazza da dietro un grosso masso vide sbucare due occhioni color della notte, limpidi e severi: “Chi è che cerca Chirriga?”.

“Sono io che la cerco, mi chiamo Emma e ho qualcosa che forse le appartiene” disse timidamente la ragazza che dalla cesta tirò fuori il pettinino luccicante.

“E’ la nipote di Rubina”, sentì vociferare poco distante da sé, “Sì, sì, ha gli stessi occhi” disse un’altra. In pochi minuti Emma sentì concentrati su di sé gli sguardi di moltissime janas che a dirla tutta erano appena più piccole di lei.

La prima che le aveva parlato con un bel salto, agile e scattante le si avvicinò senza paura: aveva un mestolo di legno in mano, un fazzoletto sulla testa rosso come un rubino, una camiciola bianca tutta ricamata, un corpetto di broccato, una bella e ampia gonna rossa e due bottoni d’oro e carniola che luccicavano proprio sotto il suo seno abbondante. La pelle sembrava scintillasse all’ombra delle alte querce e le labbra della fatina, fini e pallide, sembrava non volessero sorriderle.

Ma non lo sai che quel che le janas regalano non si restituisce mai?”

“Questo oggetto io l’ho trovato, non mi è stato regalato. Per questo ho deciso di restituirlo”. La donna era palesemente a disagio quando improvvisamente la jana la invitò a condividere il pranzo con loro. Emma non se lo fece ripetere due volte: aveva fame per due e il marito sarebbe tornato solo a sera inoltrata; inoltre dalla caverna fuoriusciva un buon profumo di brodo e bollito e lei non mangiava carne da molti giorni oramai.

La caverna sembrava una casa con tanto di porticina e finestrelle, piccola ma comoda: al centro c’era un bel fuoco e tutto intorno sedute tante piccole janas con sul grembo una ciotola colma di brodo. Le diedero tutte un caloroso benvenuto, chi raccontandole di molti anni prima, quando la nonna di Emma aveva incontrato Chirriga, chi accarezzandole il pancione, chi offrendole qualche frittella. Emma mangiò tanto che sentì presto la necessità di fare un bel pisolino: Chirriga, la fata che l’aveva accolta le mise una coperta sulle spalle e le disse che si sarebbero riviste per la nascita della bambina.

Quando si svegliò era pomeriggio inoltrato e delle janas non c’era più alcuna traccia. Sembrava anzi che quel posto fosse disabitato da anni: del fuoco c’era solo una traccia stantia e di quelle pietre poste intorno al focolare che poche ore prima erano state sedie, c’era solo il segno nel terreno: ora si trovavano ammassate qua e la contro le pareti della caverna buia e umida.

Emma sgattaiolò fuori, sicura d’aver sognato quell’incontro: il pettinino lo aveva ancora nella tasca del grembiule, ma lo stomaco pieno e soddisfatto, non brontolava come avrebbe fatto se tenuto a digiuno. In verità non ebbe troppo tempo per pensare: doveva rientrare a casa, preparare la cena e aspettare il ritorno di Mario.

A Chirriga ripensò solo il giorno della nascita della sua prima bambina, Rebecca. Era tutta la nonna, con quegli occhi grandi color del carbone, ancora socchiusi ma palesemente vivaci, le guanciotte piene e quei pugni che teneva ben stretti al petto. La sua comare prima di andar via aveva rinfrescato la madre e messo la piccola Rebecca nella culla di vimini accanto al suo letto e appeso quel cordoncino verde a pochi centimetri dal visetto della bambina: le famiglie più ricche legavano al fiocco verde un piccolo gioiello, ma la famiglia di Emma non era ricca e l’unico tesoro che possedevano era quel pettinino d’oro ritrovato dalla ragazza qualche mese prima e tenuto ben nascosto. Sarebbe stato un regalo perfetto per la sua Rebecca.

Mario purtroppo ancora non era rientrato a casa e non lo avrebbe fatto per almeno un giorno, ma Emma non aveva paura di dormir da sola: quel bosco lei lo conosceva come le sue tasche e sapeva di non avere nulla da temere.

Lanciò uno sguardo alla culla e poi si addormentò anche lei, proprio come la sua piccola Rebecca dagli occhi color del carbone. A svegliarla qualche ora più tardi non fu il pianto della bambina ma una ninnananna melodiosa, la stessa che lei era solita cantare alla figlia quando ancora stava nella pancia, cantata da una voce che non riuscì a riconoscere subito. “E tu chi sei?” chiese ancora assonnata.

“Come, non mi riconosci più? Te l’avevo detto che sarei venuta a trovarti. La tua comare non se ne voleva più andare”.

Emma cercò di sedere sul letto e regalò a Chirriga un sorriso sincero. Era felice di rivederla tanto più che pareva la jana ci sapesse davvero fare con i bambini: si raccontava inoltre che quelli accarezzati da una fata, la notte della loro nascita, sarebbero stati fortunati per tutta la vita.

“E’ bella vero? Ho deciso di chiamarla Rebecca”.

“Rebecca è un bellissimo nome e la bambina assomiglia molto a te e a Rubina. Vorrei farle da madrina” disse Chirriga, ed Emma accettò molto volentieri: non era mica da tutti avere come madrina una jana.

Parlarono per tutta la notte e poi la salutò dicendole che non si sarebbero viste solo molti anni più tardi, di crescere con amore la piccola Rebecca e di parlarle spesso della sua madrina Chirriga.

Emma si addormentò un po’ triste e un po’ felice e Rebecca, candida come un bel confetto dopo aver a lungo osservato quella piccola campanella d’oro che la jana le aveva regalato, legata al nastrino verde, si addormentò come la madre.

Rebecca cresceva in fretta ed Emma quando il lavoro e la stanchezza glielo consentivano le raccontava della sua madrina Chirriga, di come l’avesse incontrata e di quanto fosse bella e gentile. La notte davanti al fuoco della cucina Rebecca pregava spesso di incontrarla e quando la mattina si recava alla fonte, per raccogliere dell’acqua o per lavare i panni spesso la chiamava: “Chirriga, Chirriga…” ma a risponderle erano solo le tortorelle, qualche pavoncella o dei ranocchi poco distanti tanto che un giorno alla madre disse che non credeva affatto che Chirriga esistesse.

“Come no? E quella campanella che porti al collo allora?”

“E’ solo una campanella mamma. Io la cerco sempre, ma lei non si mostra mai!”

“Magari ti si è mostrata, e tu non l’hai ancora riconosciuta”, tagliò corto Emma che impastava semola e acqua per confezionare il pane a sfoglie che erano soliti mangiare in famiglia. La casa in quei giorni profumava di buono e Rebecca che aiutava la madre come poteva, quella mattina andò a cercare della legna fine. Senza qualche rametto il fuoco non si sarebbe potuto accendere.

Mentre Rebecca passeggiava in quel bel bosco autunnale, raccogliendo qua e là rami di murdeghu e roverella canticchiava quella canzoncina che la madre tanto amava.

@Teagan White

Raggiunta Domu Pedra, quando era sicura nessuno la potesse vedere, fece suonare quel piccolo campanello che portava al collo e chiamò “Chirriga, Chirriga, ci sei?” In risposta ebbe solo del silenzio. Con lo sguardo basso girò i tacchi e si incamminò verso casa quando alle sue spalle sentì una voce che chiedeva “Chi è che cerca Chirriga?

Rebecca non sapeva se essere spaventata o felice. Si voltò con una rapidità sorprendente e vide a pochi passi da lei una donnina piccoletta, con un fazzoletto rosso che le copriva i capelli, un corpetto in broccato, una gonna plissettata in rosso e una bella camicia con ampie maniche arrotolate fin ai gomiti. Portava sulla testa una paffuta brocca colma d’acqua, ma sembrava che il peso non la disturbasse affatto. Era colorata quella donnina, e portava piccoli gioielli luccicanti sul seno, brillanti quanto i suoi occhi.

“Sono io che cerco Chirriga, mi chiamo Rebecca. E tu chi sei?”

“Vivo a pochi passi da Domu Pedra, in una casetta dal tetto rosso e dalle pareti bianche” disse portando le mani a sorreggere la brocca.

“Strano che non ci si sia mai incontrate… anche noi abitiamo qui in zona”

“Ma si che ci siamo incontrate, ma non abbiamo mai avuto occasione di scambiare due parole. Passa a trovarmi qualche giorno, mi farebbe piacere. Le mie amiche sono tutte partite una dopo l’altra…” e le spiegò con precisione dove si trovava la sua piccola casa. “Ti aspetterò, ma ricorda: puoi venire a trovarmi solamente la mattina”.

Rebecca incontrò molte volte quella donnina, e ogni volta si riproponeva di chiederle se fosse lei Chirriga, ma tutte le volte che la incontrava, quella piccola donnina le raccontava storie nuove e a lei passava sempre di mente di interrogarla sulla sua identità.

Per quanto la sua nuova amica fosse stata chiara e le avesse chiesto di andare a trovarla solo la mattina, un giorno Rebecca, avendo il pomeriggio libero dalle faccende domestiche decise di andare a trovare quella donnicciola che tanto la incuriosiva.

Portava con sé un cestino pieno di more e di ciambelle, tanto per non presentarsi a mani vuote, con il cuore che le batteva un po’ più forte del solito perché sapeva che quel che stava facendo probabilmente l’avrebbe messa nei guai.

Poco distante dalla casa della donna percepì un caotico frastuono e un profumino di brodo e di carne che le sembrò davvero invitante. Accelerò il passo ma prima di bussare alla porta sbirciò dalla finestra: quella piccola donna era in compagnia di poche amiche, tutte della sua stessa statura. L’una ricamava, l’altra cantava, un’altra ancora girava il brodo, una curava il fuoco, una tesseva, l’amica impastava e l’ultima, la più anziana di tutte, guardava in uno specchietto piccolo come se ci vedesse qualcosa di più del suo viso. Tutte e sette insieme facevano un gran baccano e a Rebecca diedero l’idea di grandi amiche che si ritrovavano dopo molto tempo.

@Mark Ryden

D’improvviso tutte si fermarono e si zittirono richiamate alla finestra dalla più anziana delle donne, quella che in mano aveva il piccolo specchio. La videro tutte e Rebecca, che non fece in tempo a nascondersi salutò con la manina paffuta e con quelle guanciotte piene incorniciate da quei capelli castano oro, lisci e morbidi come il cotone.

Dopo il disagio iniziale le diedero il benvenuto all’interno della casa continuando a fissarla con una certa curiosità: “E’ uguale ad Emma”, “No somiglia più a Rubina”, “E’ graziosa come ci avevi raccontato…”.

L’unica donna che davvero conosceva all’interno di quella casa aveva uno sguardo più dispiaciuto che severo: “Perché sei venuta a quest’ora, non ricordi che la sera ti avevo proibito di venire a trovarmi?”

“Si scusami, ma volevo farti assaggiare le mie ciambelle calde” e d’improvviso si ricordò, quasi che si fosse rotta la magia, che di quella donna non conosceva nemmeno il nome.

“Sai che ancora non so come ti chiami?” Le altre risero e quella che  curava il fuoco l’abbracciò con fare materno “Sciocchina certo che lo conosci il suo nome, lei è Chirriga, la tua Jana Madrina”.

“E allora voi siete tutte janas” disse Rebecca, sorpresa, vestita con quell’abito semplice che indossava ogni giorno, color del cielo, rattoppato sì, ma pur sempre grazioso.

Certo che sì, siamo donne e siamo janas, che altro dovremmo essere secondo te?

“E’ vero che ciascuna di voi custodisce un tesoro?” chiese curiosa. Era quello che in paese tutti raccontavano e Rebecca aveva a lungo immaginato quanto ricca, bella ed elegante potesse essere la sua madrina.

Chirriga le diede un bacio sulla guancia quasi a volerla perdonare della visita serale e le disse: “Certo che sì, ognuna è custode di un tesoro e oggi regaleremo anche a te un poco della nostra ricchezza perché sei una bambina dolce, generosa e coraggiosa”, e mentre parlava la sua fata madrina alzò l’indice scuotendolo avanti ed indietro “ a patto che tu abbia voglia di ricevere i nostri tesori”.

Lei fece cenno di sì, con il capo rotondeggiante ed infantile. Aveva poco meno di sette anni e a quel tempo era alta esattamente come le sue nuove amiche, ma nel futuro sarebbe cresciuta pochissimi palmi ancora.

“Bene bene: prometti dunque di custodire i tesori che ti regaleremo oggi, e di condividerli con tutte le donne che se lo meriteranno…”

“Lo prometto Chirriga, lo prometto sicuramente” disse prontamente, abbracciando la fata e regalandole un sorriso generoso.

Il pomeriggio fu lungo ed impegnativo: ogni jana le insegnò la propria arte. Erano quelli i tesori che tanto gelosamente custodivano le janas. Così in una sola giornata Rebecca imparò a ricamare, a tessere, a curare il fuoco, a cucinare, a cantare, acquisì quel sesto senso che è proprio di ogni donna sarda, ma il dono più grande glielo fece Chirriga regalandole il segreto del lievito madre.

“Ogni volta che impasterai il tuo pane ricorda di aggiungere il lievito madre e di conservare una pagnotta dell’impasto per le volte successive”, le disse la madrina, promettendole che da quel giorno in famiglia avrebbero potuto mangiare pane morbido e fragrante tutte le volte che lo desideravano.

Ricevuto anche l’ultimo dono in tavola venne servita la cena a base di brodo e carne, il più buono che Rebecca avesse mai mangiato. Finita la sua razione la bambina venne presa da una piacevole sonnolenza: Chirriga la mise nel suo letto e le disse che presto si sarebbero riviste.

Si svegliò qualche ora più tardi, ma del letto, del fuoco, delle finestre e delle piccole janas non c’era più traccia. Nemmeno la casa era più come se la ricordava: era una piccola grotta con tanto di porticina e finestrelle, con al centro della sala un braciere scavato nella pietra. “Chirriga”, chiamò a lungo, ma non ricevendo risposta afferrò il fagotto contenente il lievito madre e si allontanò dal luogo impaziente di condividere con la madre il segreto.

Alle spalle si lasciò quella piccola domus de janas con le pareti di pietra bianca e con il tetto tutto coperto di un bellissimo muschio rosso.

Da quel giorno Rebecca e tutta la sua famiglia mangiarono pane lievitato tutte le volte che lo desideravano.

 

Photo Credit: http://www.inspirefirst.com/2012/10/25/childrens-illustration-2/

1 Comment
  • Alessandra
    maggio 19, 2013

    Bellissimo racconto!

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